Conaf, viaggio in Israele e visita ad Agritech

Riproponiamo di seguito l’articolo di Matteo Giusti apparso il 21 giugno 2018 sul portale Agronotizie

L’articolo originale è disponibile a questo link

 

Conaf, viaggio in Israele

Si è conclusa la visita ufficiale nel paese di una delegazione del Consiglio dell’Ordine nazionale dei dottori agronomi e forestali, invitata anche alla fiera Agritech a Tel Aviv. Abbiamo intervistato la vicepresidente Rosanna Zari

Israele è uno dei paesi simbolo della ricerca e dell’innovazione agricola, patria della micro irrigazione, del mito di far fiorire il deserto, punto di riferimento per l’automazione, l’agricoltura di precisione e ovviamente per l’aridocoltura.

Nelle scorse settimane una delegazione ufficiale del Conaf, composta dai consiglieri Mattia BustiCarmela Pecora e Gianni Guizzardi, si è recata in vista nel paese, ospite dell’ambasciata d’Italia e dello Stato di Israele dove ha potuto partecipare alla fiera internazionale Agritech di Tel Aviv e visitare alcune realtà di ricerca e di produzione del paese.

Abbiamo intervistato Rosanna Zari, vicepresidente Conaf e capodelegazione, rientrata da Tel Aviv, per farci raccontare questa esperienza e i potenziali sviluppi di cooperazione tra Italia e Israele.

Dottoressa Zari, come è nato questo viaggio?
“Il contatto è nato in occasione di Expo 2015 dove il Conaf e gli ‘agronomi guida’ di Expo accompagnavano i visitatori nei vari padiglioni spiegando la produzione alimentare dei rispettivi paesi, tra questi Israele.
All’inizio del 2018, il ministero dell’Economia israeliano ci ha contatto per invitarci alla loro più importante esposizione agricola, Agritech, quale occasione di reciproco scambio di saperi tecnico scientifici tra agronomi italiani ed israeliani. Siccome l’innovazione in agricoltura, la conoscenza delle più interessanti ricerche, le nuove tecniche devono essere patrimonio della nostra categoria, l’Ordine, durante questo mandato, ha caratterizzato la propria azione dando un ruolo centrale alla crescita delle conoscenze e competenze dei propri iscritti.
In questo contesto è avvenuto anche il contatto con l’ambasciata di Israele in Italia, che abbiamo inizialmente contattato e da cui poi si è sviluppato l’intero programma della quattro giorni.

Dall’incontro si sono subito evidenziati i possibili reciproci benefici. Da parte nostra c’è l’interesse a conoscere le migliori innovazioni in campo agricolo, sia oggi che nel prossimo futuro: le tecniche di aridocoltura e soprattutto i nuovi sistemi intelligenti di irrigazione e che integrano i dati raccolti dal terreno e dalla coltura con le previsioni meteo per programmare l’irrigazione in quantità e tempo.
Infatti, in Israele, l’acqua per uso agricolo è ricavata da tre fonti: dalla falda, il meno possibile; con il recupero e riutilizzo dell’acqua civile e agricola; desalinizzando quella marina, ma con elevati costi.

Tradotto in numeri, in quel paese è riutilizzato il 90% dell’acqua, e quindi c’è bisogno sia di impianti di trattamento che di pianificare le specie di piante da impiegare, valutando il loro fabbisogno idrico. Non solo, il riutilizzo di gran parte dell’acqua impone agli agricoltori di porre estrema attenzione all’uso di erbicidi e di concimi, così da ridurre al minimo i residui di inquinanti in acqua, che come abbiamo detto, è in gran parte trattata e reimpiegata.
Da parte del governo israeliano, invece, l’interesse è focalizzato nel conoscere le nostre capacità agronomiche, soprattutto quelle del settore vitivinicolo“.

La prima tappa è stato un ricevimento con l’ambasciatore italiano in Israele Gianluigi Benedetti. È stato solo un momento di convivialità o già un primo incontro per gettare le basi per potenziare i rapporti tra i due paesi? 
“L’ambasciatore ha accolto la nostra delegazione con estremo interesse, curioso di conoscere i nostri propositi e dichiarandosi disponibile a favorirequesta joint venture, che potrebbe portare benefici al comparto di entrambe le nazioni. Nell’occasione abbiamo consegnato la carta universale dell’agronomo, ossia il nostro decalogo sui comportamenti etici e professionali che ogni agronomo nel mondo deve applicare per la produzione sostenibile”.

Il secondo giorno è stata la volta della visita all’Agritech. Cosa è venuto fuori?
“Nella giornata inaugurale si è tenuta una conferenza internazionale dove erano invitati molti rappresentanti di paesi terzi, quali il ministro Agricoltura dello Zambia e quello del Nepal, che hanno evidenziato le criticità delle loro agricolture.
Del resto, è noto l’impegno di Israele nel voler esportare il suo modello diagricoltura incentrato sulle comunità del kibbuz che hanno un ruolo determinante nello sviluppo dell’agricoltura. Al loro interno, che funziona come un modello di cooperativa, lo sviluppo delle nuove tecniche agronomiche è al centro della ricerca sia per il miglioramento delle tecniche stesse, che per incrementare il benessere degli agricoltori, aumentando il tempo libero da dedicare alla famiglia”
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Quali innovazioni o nuove realtà erano in mostra? C’erano aziende italiane tra gli espositori ad Agritech?
“Il salone ha mostrato soluzioni interessanti in vari settori: dal packagingcon sistemi innovativi per la conservazione e la sicurezza degli alimenti, attraverso l’uso di oli essenziali, fino ai sistemi per la rilevazione della quantità di acqua nel terreno. Molte le innovazioni per il recupero e la trasformazione in compost dei rifiuti domestici. Inoltre, si sono visti i sistemi intelligenti che lavorano in cloud per determinare la giusta irrigazione.
Le aziende erano prevalentemente israeliane, ma molte con sedi anche in Italia. Interessanti le nuove tecniche di subirrigazione con sensori intelligenti diffusi nei campi di coltura che ‘sentono’ il terreno, ossia valutano le esigenze idriche e nutrizionali delle piante e con questi dati è possibile programmare gli interventi irrigui”
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Il viaggio è proseguito al Gilat center, uno dei centri di ricerca del ministero dell’Agricoltura israeliano, cosa avete potuto vedere?
“Il Gilat center è la filiale dell’Agricultural research organization del ministero dell’Agricoltura israeliano. A Gilat, le unità di ricerca sono impegnate per trovare soluzioni alle problematiche degli agricoltori nellaregione arida del Negev.
Lì abbiamo incontrato Hagai Yasour, ricercatore del Gilat, con cui si è parlato di fisiologia vegetale e più specificamente ci ha illustrato i suoi studi sulle colture vegetali sottoposte a stress biotico: eccesso di salinità e carenza idrica. Tali studi hanno, in realtà, ricadute d’interesse generale, possono essere utili sia per alcune zone d’Italia, che più in generale per approntare azioni di adattamento ai cambiamenti climatici”
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E poi?
“Dopo quest’incontro siamo stati accompagnati in un tour del centro di ricerca, visitando le colture protette e i relativi laboratori di ricerca con tecnologie avanzate che utilizzano la spettrometria di massa per lo studio dei cambiamenti quantitativi e qualitativi di gibberelline o altri fitormoni al variare degli stress biotici.

Le novità più interessanti riguardano alcune macchine la cui capacitàaspirante è impiegata nelle colture protette per eliminare gli insetti nocivi, che vengono aspirati anziché debellarli con gli insetticidi. Un sistema che aiuta a ridurre il carico di residui inquinanti dell’acqua.

Un altro settore di studio che è stato presentato riguarda il miglioramentogenetico delle piante, ricerca che per esempio ha portato a una varietà di aglio moltiplicabile in campo per seme. Infine, come potrebbe essere altrimenti, abbiamo avuto modo di fare approfondimenti sulle tecniche di aridocoltura”.

L’altro centro di ricerca visitato è stato l’Arava Institute, nel deserto del Negev. Cosa viene studiato lì? 
“L’Arava Institute for environmental studies è stata la prima tappa della lunga giornata passata nella zona arida del Negev. Si tratta di un centrointernazionale di ricerca specializzato nelle tecniche di messa a coltura dipiante spontanee delle zone aride.
Il pomeriggio, poi, è stato dedicato al kibbuz Ketura: un esempio concreto dell’organizzazione del lavoro agricolo in Israele”
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Facendo il bilancio del viaggio, che spunti, arricchimenti e progetti sono rimasti in valigia?
“Un’esperienza che ha lasciato un segno in ciascuno di noi per la peculiarità dell’ambiente desertico, ma che rappresenta uno scenario applicabile già inmolte aree del nostro paese, in un futuro anche non troppo lontano.
Il popolo israeliano, essendo un popolo distribuito in varie parti del mondo, ha attitudini a stringere rapporti soprattutto di natura economica e commerciale.
Ne consegue che questa attitudine faciliterà quello che è un obiettivo dell’Ordine dei dottori agronomi e forestali, ossia l’interscambio tra i diversi attori della filiera, dai ricercatori, alle ditte, fino agli agricoltori per lo scambio di studi e prodotti di alta tecnologia.

E i frutti di questa missione già si vedono: per esempio stiamo organizzandoseminari dimostrativi sui sistemi irrigui nelle colture arboree ed erbacee, in particolare sul vigneto.
Il viaggio in Israele, in sintesi, è stato un motore per accelerare e approfondire quei temi d’interesse e con ricadute anche per il nostro paese”.